25 febbraio 2008, 21:43 | permalink

Tra la festa il rito e il silenzio scegliamo la lotta!

Tra la festa il rito e il silenzio scegliamo la lotta!

Il 23 e 24 febbraio in più di 400, femministe e lesbiche, ci siamo
incontrate a Roma per dare un seguito al percorso nazionale iniziato con la
manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile sulle donne. Due
giorni in cui i nostri desideri, le nostre differenze e le nostre idee ed
elaborazioni politiche si sono incontrate per dare sostanza
all´affermazione della nostra autodeterminazione.
Abbiamo discusso insieme delle strategie di resistenza e trasformazione del
mondo che abitiamo e delle pratiche che intendiamo agire per fermare la
violenza maschile che si manifesta in varie forme: quella che avviene in
famiglia, quella delle istituzioni e delle leggi che espropriano e
controllano i nostri corpi, del sistema economico che precarizza le nostre
esistenze, della cultura e della formazione che ci educa alla passività e
alla subalternità, dell´eterosistema che costringe i nostri desideri e
le nostre relazioni all´interno del modello unico
dell´eterosessualità.
Abbiamo discusso di spazio pubblico, della sua presunta neutralità e della
necessità di riappropriarci di tutti gli spazi con la nostra pratica
collettiva e autodeterminata.
Abbiamo parlato dell´accesso e della riappropriazione da parte delle
donne delle tecnologia e dei mezzi di comunicazione tramite l´utilizzo
del free-software, nei differenti media.
Abbiamo parlato di razzismo, cercando di partire da noi per esplorare la
complessità del rapporto con l´altra, anche alla luce dei nostri
privilegi, sottolineando che non possiamo dirci autodeterminate se a tutte,
e quindi anche alle donne migranti, non vengono garantiti quei diritti che
rivendichiamo e riteniamo minimi per la nostra esistenza.

Il sommovimento femminista e lesbico ha espresso la necessità di altri
momenti
di confronto e discussione, nonchè di proseguire la lotta facendo vivere
le nostre
elaborazioni negli prossimi appuntamenti che verranno costruiti:

o un presidio il 4 marzo sotto il Tribunale di Bologna per un processo
per stupro;
o un presidio il 5 marzo sotto la sede della Corte di cassazione a Roma
per solidarietà alle donne che hanno denunciato per stupro un medico
anestesista;
o presidio il 18 marzo a Perugia, sotto il tribunale dove si terrà
l´udienza preliminare per l´uccisione di Barbara Cicioni da parte del
marito;
o una manifestazione nazionale a maggio in una città del sud contro la
violenza maschile nelle sue varie forme;
o due giorni di discussione nazionale forse nel mese di giugno;
o una campagna nazionale per l´autodeterminazione e la libertà delle
donne e delle lesbiche che si articolerà attraverso le proposte discusse
dai vari gruppi tematici;
o un 8 marzo autorganizzato da femministe e le lesbiche a livello
territoriale che rilanci la lotta per l´autodeterminazione, manifestando
con lo striscione comune: «Tra la festa, il rito e il silenzio noi
scegliamo la lotta!».

L´assemblea ritiene necessario che femministe e lesbiche producano
conflitto in piena autonomia e in modo autodeterminato. Esprimiamo un forte
e chiaro no alla strumentalizzazione a fini elettorali dell´8 marzo da
parte di cgil cisl e uil, organizzazioni che sostengono politiche familiste
e di controllo sui corpi e a cui non deleghiamo l´espressione del nostro
pensiero e delle nostre pratiche politiche.

Assemblea nazionale di femministe e lesbiche

Roma, 24 febbraio 2008

_______________________________________________
Sommosse mailing list
Sommosse@inventati.org
https://www.autistici.org/mailman/listinfo/sommosse

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25 febbraio 2008, 21:26 | permalink

Solidarietà a Franca Rame

La redazione di Donna Tv esprime solidarietà alla senatrice Franca Rame per il suo coinvolgimento nell'episodio di teppismo che ha colpito il liceo romano Mamiani in questi giorni. Le scritte neonaziste e di attacco nei confronti della senatrice, in riferimento alla violenza da lei subita anni fa, comparse sui muri del liceo di viale delle Milizie e denunciate daglli 'Studenti antifascisti' del liceo della capitale, testimoniano un clima di diffusa rabbia antifemminile. L'ignoranza, l'assenza di memoria, la frustrazione e l'incapacità di stabilire relazioni scatenano l'odio misogino e la violenza, verbale e fisica; ad alimentari, una politica tutta al maschile che sbarra la strada alle donne, che non sa né vuole interpellarle e che cerca nei loro corpi un terreno di propaganda; i media che ne banalizzano le lotte tentando di spacciarle per nuove tendenze o umori; il silenzio complice di tutti coloro che non sanno indignarsi. Denunciamo questo clima culturale e politico, senza tuttavia esserne spaventate, certe come siamo che nessuna intimidazione potrà fermare il cammino, ormai avviato da tempo, di costruzione di una forte soggettività politica femminile.

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19 febbraio 2008, 17:43 | permalink

Sit in di solidarietà per l'incendio al coming out
Arcilesbica: difendiamo i nostri spazi contro l'omofobia

L'incendio doloso che ha colpito il Coming Out di Roma ci scuote perché è atto molto grave, ci colpisce perché diretto verso uno dei luoghi di maggiore aggregazione di gay, lesbiche, trans, ci spinge a respingere con fermezza questa azione.
Il Coming Out è uno dei ritrovi più frequentati dalla capitale, uno dei preferiti da giovani e giovanissimi, il suo successo ha fatto sì che la strada dove si trova sia diventata ufficialmente la Gay street di Roma.
Siamo vicine al Coming Out, alle donne che lo hanno creato e che ci lavorano e le esortiamo a non perdersi d'animo.
Invitiamo tutte e tutti ad essere presenti al Sit In organizzato per Venerdì 22 alle 22,30, in appoggio al Coming Out, per difendere i nostri spazi, contro l'intolleranza e l'omofobia.
Francesca Grossi
Presidente Arcilesbica Roma

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15 febbraio 2008, 20:59 | permalink

www.firmiamo.it/liberadonna

MICROMEGA PROMUOVE QUESTO APPELLO: FATE CIRCOLARE!

Per sottoscrivere la lettera-appello: www.firmiamo.it/liberadonna

Caro Veltroni, caro Bertinotti, cari dirigenti del centro-sinistra tutti,
ora basta!
L'offensiva clericale contro le donne – spesso vera e propria crociata bigotta - ha raggiunto livelli intollerabili. Ma egualmente intollerabile appare la mancanza di reazione dello schieramento politico di centro-sinistra, che troppo spesso è addirittura condiscendenza.
Con l'oscena proposta di moratoria dell'aborto, che tratta le donne da assassine e boia, e la recente ingiunzione a rianimare i feti ultraprematuri anche contro la volontà della madre (malgrado la quasi certezza di menomazioni gravissime), i corpi delle donne sono tornati ad essere “cose”, terreno di scontro per il fanatismo religioso, oggetti sui quali esercitare potere.
Lo scorso 24 novembre centomila donne – completamente autorganizzate – hanno riempito le strade di Roma per denunciare la violenza sulle donne di una cultura patriarcale dura a morire. Queste aggressioni clericali e bigotte sono le ultime e più subdole forme della stessa violenza, mascherate dietro l’arroganza ipocrita di “difendere la vita”. Perciò non basta più, cari dirigenti del centro-sinistra, limitarsi a dire che la legge 194 non si tocca: essa è già nei fatti messa in discussione. Pretendiamo da voi una presa di posizione chiara e inequivocabile, che condanni senza mezzi termini tutti i tentativi – da qualunque pulpito provengano – di mettere a rischio l'autodeterminazione delle donne, faticosamente conquistata: il nostro diritto a dire la prima e l’ultima parola sul nostro corpo e sulle nostre gravidanze.
Esigiamo perciò che i vostri programmi (per essere anche nostri) siano espliciti: se di una revisione ha bisogno la 194 è quella di eliminare l'obiezione di coscienza, che sempre più spesso impedisce nei fatti di esercitare il nostro diritto; va resa immediatamente disponibile in tutta Italia la pillola abortiva (RU 486), perché a un dramma non debba aggiungersi una ormai evitabile sofferenza; va reso semplice e veloce l'accesso alla pillola del giorno dopo, insieme a serie campagne di contraccezione fin dalle scuole medie; va introdotto l'insegnamento dell'educazione sessuale fin dalle elementari; vanno realizzati programmi culturali e sociali di sostegno alle donne immigrate, e rafforzate le norme e i servizi a tutela della maternità (nel quadro di una politica capace di sradicare la piaga della precarietà del lavoro).
Questi sono per noi valori non negoziabili, sui quali non siamo più disposte a compromessi.

PRIME FIRMATARIE:
Simona Argentieri
Natalia Aspesi
Adriana Cavarero
Isabella Ferrari
Sabina Guzzanti
Margherita Hack
Fiorella Mannoia
Dacia Maraini
Alda Merini
Valeria Parrella
Lidia Ravera
Elisabetta Visalberghi

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15 febbraio 2008, 20:40 | permalink

Difendere la 194 ad ogni costo

Roma 15 febbraio 2008

Voglio dare anche io la mia più affettuosa solidarietà a Silvana.
Voglio affermare anche io il mio sdegno e la mia estraneità ad un Paese che manda i poliziotti in un ospedale per interrogare e umiliare e mortificare una donna che ha appena compiuto una delle scelte più difficili della propria vita.
Voglio ribadire che il nostro diritto di scelta e la cura delle vite che sono la nostra esperienza quotidiana dell’essere donna, oggi, sono minacciate dalla campagna contro l'aborto che assume via via i toni di una feroce crociata contro noi tutte ed il nostro diritto all’autodeterminazione, e invade la campagna elettorale.
Nel clima di criminalizzazione e di accanimento generalizzato, disumano e rabbioso contro la libertà di scelta delle donne, creato dal Vaticano, dai vari movimenti per la vita, e via dicendo, l’odioso episodio di Napoli con il sequestro di un feto da parte della polizia, rischia di essere solo uno dei possibili effetti, non l’ultimo e non il peggiore.
Nei prossimi mesi, sarà la legge sull’aborto il banco di prova dell’esistenza o meno di una coscienza civile nazionale e di una sinistra nel nostro paese, tesa a preservare il valore e gli effetti dei diritti di libertà conquistati, in uno Stato che non è confessionale ma laico. Si tratta di una battaglia che concerne la politica, il nostro stato laico e non lo scomodo ospite capitolino che è il microstato vaticano: concerne le donne, il corpo delle donne. La scelta è nostra e deve essere mantenuta tale. Nessuno può arrogarsi il diritto di sostituirsi alla libertà di coscienza e di scelta di una donna.

La Capogruppo PRC – SE
e Presidente della Commissione delle Elette
On. Adriana Spera

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11 febbraio 2008, 15:12 | permalink

Donne e lavoro: penultimi in Europa
Il ministro Bonino (Radicali): "Serve un cambio di pass, è un volano per l'economia"

Dal quotidiano "La Repubblica" 11 febbraio 2008
di CLAUDIA FUSANI

ROMA - Penultimi in Europa. Negli ultimi mesi ci ha superato anche la Grecia e dopo di noi resta solo Malta. In Italia riesce a lavorare solo il 46,3 per cento delle donne; sette milioni in età lavorativa sono fuori dal mercato del lavoro; al sud il tasso di occupazione crolla al 34, 7 per cento. C'è poi "il tetto di cristallo", quella sottile, trasparente ma robustissima pellicola che divide le donne dai posti che contano, li possono sfiorare ma mai afferrare: lo chiamavano così dieci, quindici, venti anni fa; è sempre lì, cristallo puro, infrangibile, beffardo.

Numeri e percentuali che non raccontano la "solita" questione di donne. E' invece una questione di produttività e di crescita economica. Più semplicemente: una faccenda di soldi e di ricchezza, delle famiglie e del paese. Bisogna partire da qui, dal fatto - dimostrato da economisti e specialisti di tutto il mondo - che se le donne lavorassero ci guadagnerebbero gli indici economici del paese, per trovare il giusto punto di vista, non retorico, non stereotipato, per parlare di donne e lavoro.

Il governo Prodi aveva cominciato a metterlo tra le priorità e con la Finanziaria sono stati approvati alcuni articoli, dal sostegno all'imprenditoria femminile ai congedi ad altri interventi per le cosiddette politiche di genere. Una via che rischia di essere abbandonata molto presto nonostante in queste ore di formazione di liste e limature di candidature, l'onda rosa arrivare da tutti i poli in campo con proclami, promesse e codici di autoregolamentazione. Stamani all'università di Catania Emma Bonino, ministro radicale del Commercio Internazionale e per le Politiche europee, convoca esperti di economia e di welfare per tracciare i contorni di una realtà che è sotto gli occhi di tutti ma non riesce ad avere voce. E quando la trova, non ha risposta. Nell'aula magna del rettorato dell'università che ospita il convegno "Donne, Innovazione e crescita: un problema italiano", intervengono anche il ministro per la Famiglia Rosy Bindi e Barbara Pollastrini (Pari Opportunità). Era un appuntamento già preso, precedente alla crisi di governo. Bonino smentisce, ma il lavoro femminile può diventare il jolly da calare in campagna elettorale. D'altra parte hanno diritto al voto 26 milioni di donne e 24 milioni di uomini.

Sempre più lontani dall'Europa. Nel marzo 2000 a Lisbona i paesi europei decisero un piano sull'occupazione femminile intesa, appunto, non solo come una questione di genere ma come volano per l'economia nazionale. I paesi partirono da poche ma precise considerazioni: se la donna lavora entra più ricchezza in famiglia - a patto che ci sia un sistema di servizi sociali adeguato - aumenta il reddito e nascono più bambini. Fu deciso, era il Duemila, che l'obiettivo era raggiungere - dieci anni dopo, nel 2010 - quota 60 per cento: cioè il sessanta per cento delle donne devono per quella data risultare impiegate, con un lavoro autonomo o dipendente. La situazione, a due anni da quella scadenza, è che la media europea si aggira sul 57, 4 per cento e quella italiana è fissa sul 46,3 per cento. Penultimi, appunto, nell'Europa dei 27 paesi membri, a dieci lunghezze dall'isola di Malta. In nostra compagnia, sotto il 50%, ci sono Polonia e Grecia. Slovacchia, Romania, Bulgaria viaggiano ben sopra il 50 per cento. Cipro è già al 60%. La Slovenia, appena entrata nella Ue, è al 61,8 per cento. La Danimarca guida la classifica con una percentuale del 73,4%.

La forbice nord-sud. Il nostro sud è il luogo europeo dove le donne lavorano meno in assoluto. Ecco i numeri della disfatta: le percentuali sono bloccate al 34,7 per cento (circa il 70 al nord); dal 1993 al 2006 le occupate sono cresciute di 1.469 mila unità nel centro nord e solo di 215 mila nel sud; molte anche giovanissime smettono di cercare lavoro, le chiamano "inattive" e sono 110 mila tra 2006 e primo semestre 2007. Tra i 35 e i 44 anni, la fascia di età in cui si lavora di più, al nord lavorano 75 donne su 100; al centro 68 e al sud 42.

Pagate un quarto meno degli uomini. Anche quando arrivano, ce la fanno e sfondano quel benedetto "tetto di cristallo", alle donne è comunque destinato uno stipendio inferiore di un quarto di quello del collega maschio. I dati della Presidenza del Consiglio dicono che una dirigente guadagna il 26,3 per cento in meno di un collega maschio. Lo chiamano "differenziale retributivo di genere", è pari al 23,3 per cento: una donna percepisce, a parità di posizione professionale, tre quarti di uno stipendio di un uomo. E questo nel pubblico. Nel privato la situazione peggiora. Si legge in "Iniziative per l'occupazione e la qualità del lavoro femminile nel quadro degli obiettivi europei di Lisbona", sintesi delle cose da fare e su cui si era impegnato il governo: "I dati mostrano che il differenziale di reddito tra uomini e donne è maggiore nelle professioni più qualificate e meglio retribuite e nelle aree geografiche dove il reddito medio è più elevato che sono anche quelle in cui il tasso di attività femminile è già a livello degli obiettivi di Lisbona 2010. In conclusione non sembra che il mercato del lavoro, sia nel pubblico che nel privato, offra alle donne un ambiente che garantisce criteri meritocratici né un'adeguata motivazione. Sicuramente non offre pari opportunità".

Solo il 5% nei board delle aziende. Trovare una donna nei consigli di amministrazione e nei board delle aziende è impresa per persone molto determinate. Nel testo messo a disposizione dalla Presidenza del Consiglio si legge che "nel 63,1 per cento delle aziende quotate, escluse banche e assicurazioni, non c'è una donna nel consiglio di amministrazione". Su 2.217 consiglieri solo 110 sono donne, il 5%. Va ancora peggio nelle banche dove su un campione di 133 istituti di credito, il 72,2 per cento dei consigli di amministrazione non conta neppure una donna. Benché il 40 per cento dei dipendenti delle banche siano donne, solo lo 0,36 per cento ha la qualifica di dirigente contro il 3,11% degli uomini. C'è qualcosa che non torna visto che a scuola, all'università e nei concorsi le votazioni migliori sono quasi sempre delle studentesse.

Le percentuali crescono nelle aziende sanitarie nazionali dove sono donne l'8 per cento dei direttori generali, il 9% dei direttori amministrativi e il 20 per cento dei direttori sanitari. In politica la situazione è nota: ministre e sottosegretarie solo il 20 per cento; le deputate solo il 17 per cento. "Lo sbilanciamento di genere riscontrato in quasi tutte le aziende italiane - si legge nella Nota della Presidenza del Consiglio - può essere un indicatore di scarsa meritocrazia e di processi di valutazione e promozione poco trasparenti. Le pari opportunità sono in Italia un problema evidente come denunciano le statistiche".

Le più sgobbone d'Europa. Buffa storia, questa: l'Italia ha il tasso di occupazione femminile più basso d'Europa ma quelle che lavorano lo fanno più di tutte le altre. Ogni giorno, compresa la domenica, una donna italiana lavora, tra casa e ufficio, 7 ore e 26 minuti, un tempo superiore, appunto, a molti paesi europei (un'ora e 10 minuti in più, ad esempio, rispetto ad una donna tedesca). Facile da spiegare: il 77, 7 per cento del lavoro domestico - spesa, lavare, stirare, rigovernare, accompagnare etc. etc - è sulle spalle delle donne.

La conferenza di oggi affronterà altri temi delicati come "il permanere di una cultura di discriminazione", il lavoro cosiddetto "di cura" - figli, anziani, la casa, la spesa eccetera - che "non solo non è riconosciuto ma neppure è sostenuto da politiche efficaci". Il bilancio finale è un disastro . "Un'emergenza" dice Emma Bonino, " a prescindere da chi vincerà le elezioni, il problema della donna e del lavoro deve essere la priorità della politica". Certo, ci sarà da capire anche perché e da intervenire, ad esempio, sui media che danno una rappresentazione della donna parziale, sbagliata, non reale. Secondo uno studio del Censis (Women and media in Europe, 2006) )del 2006 in tivù trionfa il seguente modello di donna: moda o spettacolo (31,5%), vittima di violenza (14,2%), criminalità o devianze (8,2). A parte la politica (4,8%) e l'arte (0,9%) le altre voci riguardano disagi e sciagure, la cronaca nera prima di tutto. La donna del varietà, la bad girl o la donna del dolore. E tutte le altre, quelle che lavorano appunto? Potrebbe consolare il fatto che in tivù vanno molte esperte donne. Peccato che siano astrologhe (20,7%), esperte di artigianato locale (13,8%), di letteratura (10,3%), giornalismo (6,9%) e politica (4%).

Ma la prima cosa da far capire sarà che l'occupazione femminile deve diventare il terzo ingrediente, insieme a produttività e retribuzioni, di una strategia nazionale che voglia davvero contrastare declino e disagio.

(11 febbraio 2008)

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