30 settembre 2007, 18:25 | permalink

I miei amici rom

La prima volta che sono entrata in un campo nomadi lo sconcerto è stato tale che mentre camminavo tra le baracche di legno, piangevo. Non credevo ai miei occhi: alla periferia di una capitale europea c’erano esseri umani che vivevano in condizioni peggiori degli abitanti delle favelas di Rio de Janeiro. Chiunque incontrassi all’interno del campo chiedeva chi stessi cercando ed io rispondevo Najo. Era il mio lasciapassare. Najo è un giornalista e uno scrittore rom, di origine montenegrina. Non l’avevo mai incontrato, era amico di un amico. Quel giorno non c’era al campo e per me fu una fortuna perché ebbi modo di tornarvi diverse volte ancora.
Ho conosciuto gli zingari di Casilino 900 e mi sono affezionata a loro. Ho visto quante vittime mietono il pregiudizio e il silenzio e ho scoperto come queste stesse vittime non nutrono sentimenti negativi nei nostri confronti, i gagè (gli stranieri, in lingua romanesh).
Sono stata accolta con gentilezza. Erano in parte incuriositi dalla mia presenza, in parte diffidenti ma, una dopo l’altra, ogni resistenza si è dissolta già alla mia seconda visita.
Sono rimasta con loro molte ore ogni volta tanto da perdere il senso della realtà quando al tramonto mi riavviavo verso casa. Cosa curiosa però, il senso di smarrimento che provavo era generato dalla mia vita, dalla nostra routine, dalla nostra civiltà.
Era così intenso e genuino il contatto con loro che già dopo due giorni provavo nostalgia di rivederli, riparlare con loro, ascoltare le loro storie, giocare con i loro bambini.
Rom significa uomini liberi. I rom sono affabili, ospitali, gioiosi. Il loro segreto è vivere giorno per giorno. La loro forza, la solidarietà reciproca. Il bene più importante è la famiglia. Sono apolitici. Non hanno nemmeno una bandiera. Sono l’unico popolo sulla terra che durante l’intero corso della loro storia millenaria non hanno mai combattuto una guerra. Non hanno il senso della proprietà. Il loro valore più importante è il rispetto. Sono fieri di essere rom.
Un tempo vivevano allietando con musiche, danze e canzoni le feste di villaggio. Allevavano e vendevano cavalli. Erano giostrai. Tutte attività che oggi sono andate perdute. Non sono dunque naturalmente ladri e fannulloni. Non sono nemmeno più nomadi da tempo. Molti di loro vengono dalla ex Yugoslavia ed altri territori dove, prima dei conflitti armati, erano perfettamente integrati, lavorando e abitando case.
In un campo non attrezzato non vi sono servizi igienici, non c’è acqua corrente nelle baracche, non vi è un sistema fognario, non c’è gas. L’immondizia è difficile da smaltire. Le strade sono di terra e quando piove, di fango. Cucinano e si scaldano con le stufe a legna. In queste condizioni noi resisteremmo poco immuni da malattie.
Ci sono rom dediti ad attività criminali e ci sono rom lavoratori, ed è proprio su questi ultimi che pesano maggiormente i nostri giudizi privi di discernimento. I bambini rom sono piccoli individui che godono dell’ascolto dei loro genitori e che sono lasciati liberi di scegliere molto più dei nostri figli. Non hanno pc, gameboy e playstation ma scorazzano felici insieme ai loro amici come facevano i nostri monelli appena una generazione fa.
I ragazzi, ormai quasi tutti alfabetizzati, hanno sogni e ambizioni: c’è chi aggiusta motorini perché da grande vuole fare il meccanico, chi vuole fare il boxer, chi il cuoco. Offrire loro opportunità è l’unica sensata strategia contro la deriva dell’accattonaggio, o peggio.
Certo questo mio resoconto è spudoratamente di parte, dalla loro parte. Del resto gli amici, soprattutto se in difficoltà, non vanno traditi ma strenuamente difesi.

Salima Balzerani

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12 settembre 2007, 18:50 | permalink

Un nuovo fiore per l'8 marzo

Ancora una volta l’8 marzo aprirà le riflessioni sul senso di questa data e fornirà lo spunto per un bilancio sulle conquiste delle donne, i passi avanti compiuti e soprattutto i problemi legati alla condizione femminile, in Italia e nel mondo. Riteniamo sia ora di lanciare un segnale forte di discontinuità nel dibattito, nei suoi contenuti e linguaggi. Quando nel 1946 l’UDI sceglie la mimosa come fiore simbolo della Giornata internazionale della donna il cuore delle rivendicazioni femminili è rappresentato dai diritti sociali e politici. I sessant’anni trascorsi da allora hanno visto trionfare molte di quelle rivendicazioni. Altre ne sono nate in seguito ed hanno ispirato coragiose battaglie. Oggi nuove domande e conflitti agitano gli animi delle generazioni femminili che abitano il terzo millennio. Gli scenari che abbiamo dinanzi ospitano mali odiosi dalle radici antiche: la violenza di genere nei suoi tanti volti, la precarietà e il differenziale salariale, l’impossibile concliliazione tra maternità e lavoro, la condizione di isolamento delle straniere in Italia, l’esclusione dai luoghi decisionali della politica e dell’economia, la distanza dai centri di potere mediatico e culturale, il permanere di stereotipi avvilenti per tutte le donne e il trionfo di un immaginario che vorrebbe ancora le donne docili oggetti di desiderio e manipolazioni.
La domanda è: di fronte a tutto questo abbiamo ancora la forza di lottare? La convinzione che ci anima è che questa forza ci sia, benché nascosta ai nostri occhi dall’invisibilità sociale e mediatica. Non crediamo all’afasia delle donne. Non crediamo che invisibilità significhi assenza. Un nuovo movimento sta nascendo, ne sentiamo i vagiti in tutti i luoghi in cui le donne si incontrano per discutere, lottare, pensare e creare. Auspichiamo che questa voce possa crescere, diventare stentorea, imporsi senza più timidezze.
Aspettiamo di conoscere la vostra opinione sulla strada da seguire e sui temi cui dare priorità.

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12 settembre 2007, 18:50 | permalink

DICO la mia

Meglio Dico o Pacs? E’ infinita la lista delle “parole per non dirlo”. Alla fine, malgrado la buona volontà delle ministre, la montagna ha partorito il topolino. Il compromesso, frutto di ingrate fatiche diplomatiche, si regge su un filo sottile. Equilibrio e saggezza, come sostiene Rutelli, o compromesso al ribasso, come denuncia Vladimir Luxuria? Ci sembra che tutto si giochi nel non nominare l'innominabile, nel dosare le parole con perizia certosina: non si parli dunque di Pacs! La dichiarazione dei conviventi che vogliano essere riconosciuti, poi, non è "congiunta" ma "contestuale".
Quel che soprattutto ci preme è sapere è se, in un Paese dove 500mila, secondo l'Istat, sono le famiglie di fatto, una legge in materia di diritti delle coppie conviventi vedrà mai la luce.
A voi il giudizio.
Donna tv intanto dedica uno speciale in due puntate alla manifestazione del 10 marzo in favore del riconoscimento dei diritti delle coppie conviventi.
Aspettiamo di conoscere la vostra opinione

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