31 marzo 2010, 15:23 | permalink

Regionali 2010: dove sono finite le donne?

Un esercito maschile avanza compatto nei nuovi consigli regionali di tutta Italia. Nella Regione Lombardia le donne elette sono scese a sette, dalle dodici che erano nel 2005. Fra queste fa il suo ingresso la showgirl e igienista dentale del premier Nicole Minetti (PdL), mentre esplode la rabbia di chi, come Tiziana Maiolo (PdL), resta fuori: “La verità è che gli uomini non ci vogliono. Stiamo tornando alla vecchia politca”. Nel Lazio le donne elette sono appena cinque: Olimpia Tarzia, presidente del Movimento per la vita (Lista Polverini), Emma Bonino, Giulia Rodano (IdV) e Anna Maria Tedeschi (IdV), Margherita Hack (Federazione della Sinistra). E in più ci sono le sette donne incluse nel listino Polverini. Il PD non ne porta in consiglio neppure una. Se le donne occuperanno qualche posto all’interno del governo regionale del Lazio sarà solo grazie alla legge che impone un minimo equilibrio di genere tra gli assessori, per cui un terzo di questi saranno donne. Ed è ancora alla legge che si deve il risultato della Campania, con quattordici donne pronte ad entrare nel nuovo consiglio. La legge elettorale campana, infatti, consente di esprimere due preferenze, purché siano espresse per candidati di sesso diverso. La Toscana, che porta otto donne in consiglio, prevede nella sua legge elettorale che in ciascuna lista provinciale non possano essere presentati più di due terzi di candidati e candidate dello stesso genere. L’esito delle elezioni, che vedono una presenza femminile esigua più o meno ovunque, impone una riflessione sull’importanza dello strumento legislativo per arrivare ad una rappresentanza equilibrata nelle assemblee elettive e nei governi regionali. Un’ulteriore e più approfondita riflessione s’impone sul ruolo dei Partiti – in particolare del PD - rispetto allo sconcertante risultato del Lazio: una totale assenza di donne (PD) elette in una regione che ha visto non solo due donne candidate, ma anche una vasta partecipazione femminile a sostegno di Emma Bonino.
Ma la mappa del potere è complessa, e non si esaurisce nella sfera politica: sono oltre trecento, infatti, soltanto nel Lazio, gli enti in cui le nomine e le designazioni dei vertici (presidenze e CDA) competono alla Regione. Nelle nomine pubbliche, negli organi di direzione, gestione e controllo di tali enti, la percentuale femminile si aggira attorno al 2%, benché lo Statuto della Regione Lazio sancisca esplicitamente il principio di parità secondo il quale le nomine e designazioni devono garantire un’equilibrata presenza di uomini e donne. I presidenti appena eletti nelle diverse regioni dovranno presto procedere alle nomine e selezionare migliaia di curricola per le posizioni apicali e di due cose possiamo esser certi: che i risultati di questa selezione difficilmente riceveranno attenzione dai media, e che tra le persone selezionate le donne saranno una percentuale risibile.
Nella Regione Puglia, per garantire la parità di genere nelle nomine, è stato istituito un Garante di genere, col compito di verificare, in occasione delle nomine di diretta competenza della Giunta regionale, che sia rispettato il principio della rappresentanza democratica dei due sessi. La legge stabilisce inoltre che “la Regione, in presenza di una persistente condizione di sottorappresentanza del genere femminile, può assicurare alle donne una quota non superiore al 50 per cento nelle nomine di propria competenza e dei propri enti strumentali, nonché nell’affidamento degli incarichi”. Solo un’impegno trasversale tra le donne – elette e non, fuori e dentro i partiti – può portare all’adozione anche nelle altre regioni di strumenti che consentano l’affermazione di una vera e propria cittadinanza di genere.

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9 marzo 2010, 20:21 | permalink

Non è un paese per donne?
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