8 dicembre 2009, 10:30 | permalink

Gestazione delladdio
di Lucianna Argentino

Oggi pubblichiamo una poesia di Lucianna Argentino tratta dal Blog dell'Associazione L'Albero di Valentina per le vittime della violenza. L'associazione nasce con un duplice scopo: aiutare le donne vittime di violenza e promuovere programmi di sensibilizzazione e prevenzione sociale. Valentina C. è morta suicida dopo aver subito violenza per sei anni. L'Albero di Valentina lavora per un futuro in cui nessuna donna debba morire a causa della violenza maschile.

a Valentina C.

Trovarla nella caduta perpendicolare

della luce la parola giusta

che mi raschi dalla pelle tutto il male,

che mi scavi le ossa e mi faccia cava

per galleggiare almeno in quest'aria

che non riesco più a respirare.

Trovarla negli otto minuti di travaglio

dell'aurora ora che sto come il cielo

dismesso dalle rondini,

l'ombra dimenticata dalla luce,

le lenzuola sui davanzali, al mattino,

prostrate in un rigurgito di buio.

Trovarla la parola giusta e difficile

ora che il mondo è tutto e solo visibile,

la parola che è segreto e mistero di te ed io,

quella che dice l'amore

quella che m'è rimasta dentro muta

perché non ho più un te

e nemmeno un io e sono metallo gelido

campana che suona

tamburo che rimbomba.

Non sanno che non è solo il corpo

che m' hanno profanato

ma tutta tutta intera la vita

che il corpo

ricco di messi e bello lo sentivo

e ora non è più mio e mi sta addosso

come guerra

come piazza di mercato dopo un attentato.

Corpo estirpato

corpo incolto,

concesso alla mancanza

e se Dio esiste

in me non sento più il suo alito

e sono polvere

alla polvere già ritornata.

Orrore e scempio di me

in quell'ora che eccedeva e

cadeva a capofitto nella colpa

di essere stata vittima per caso,

per nascita, per genere

che io o un'altra era lo stesso.

Che forse quel giorno un segno c'era stato

ma non l'ho saputo interpretare

né serbo nulla come se mai l'avessi vissuto

né fosse stata mai la vita, prima.

C’è quella notte che era bella

sì le stelle quelle le ricordo

anche se poi ho chiuso gli occhi

li ho chiusi forte troppo forte forse

perché è sceso fitto il nero

e m'è rimasto dentro, non è più andato via

e la terra s'è aperta e sono sprofondata.

Proserpina rapita e risputata

in un tempo tumefatto

fatta arco di vertebre

inarcata tra la tenebra e la luce

sopra un vuoto sotto cui scorre

il nostro stare separati e contigui.

Mi hanno negata al senso e alla pietà

disprezzo e disgusto

di non sapermi altro che questo io slegato

questo volto che non riesco quasi più a guardare.

Non mi sono mai saputa immaginare

diversa o altra da ciò che ero e ora non mi riconosco,

non l'ho saputo per questo non mi perdono

né perdono loro che perdono non me l'hanno chiesto.

Un velo s'è alzato, un velo s'è steso

su tutte le cose

le guardo mi guardano

senza riconoscerci

lontane in una distanza di deserti

lungo cui la mia pelle si stende come zolla arida

spaccata dall'arsura

dal sole a picco che non smette non smette

mai la sua luce insostenibile, immobile

mai ha pietà dei miei occhi, mai la depone

e mi ci seppellisce.

Sei anni a fissare il silenzio

sei anni sepolta viva

a tessere l'unica veste possibile

quando nel cuore si hanno domande sbagliate.

Miei carcerieri l'assenza di passi

e il ritrarsi della voce dentro il vuoto

scavato vuoto in me:

albero che torna seme e macera

generazione di fughe e di tenebre

a insidia di polsi e di caviglie

a insidia di memoria.

Incredula è poco a dirsi

che il cuore s'era preso tutto lo spazio

e le ossa scricchiolavano

era Adamo che si riprendeva la sua costola

e mi schiantava il fiato e il pensiero.

Incredula sì, ma nelle narici mi saliva l'odore

del sudore e del fiato, l'odore acre

di sterpaglie bruciate sulle carni in fiamme

e mi intorpidiva, narcosi di vita

livida di sangue pesto nelle vene

e senza più metafore a farne bello e alto il senso.

Al mondo non c'è più un nome per me

un nome il cui peso di consonanti e vocali

sia remo e timone per me e-stremata

gettata lontano, spossata e senza più parole

attraverso cui essere raggiunta e raggiungere

da quando sull'asfalto tiepido

le mie grida e il pianto

hanno attraversato senza voce

quelli che mi violavano,

mi derubavano, si spartivano le vesti

della mia anima…

Lì ho cominciato a morire

lì è la mia vita

ad essersi incagliata

estraneo scorrere senza durata

un fiume fermo s'è fatta

e fermo è il sangue nelle vene.

Al mondo non c'è più un luogo per me

spodestata, giorno dopo giorno

spinta un poco più in là

dove non c'è gesto, né parola

che possa ridarmi il viaggio

l'andata e il ritorno, il passaggio

da me al mondo muto ormai

di disabitata lingua.

Sguarniti ho i fianchi

e senza cura e discinta è la veste

ora che nulla posso più indossare

ora che m'hanno disfatto il nome

fatto un nome sbagliato

che non so pronunciare né mi pronuncia.

Opaca di tristezza

scollata dalla vita

non riconosco più la bellezza

né voce alcuna che non sia

questa che dentro mi bastona.

Avevo un orizzonte prima

avevo una lingua

ora mi possiede il gergo amaro del dolore

impuro di disperazione

e condanna a un nuovo idioma

che non m' accoglie

al pieno senso delle cose

e della vita sono persa ai sensi e alla ragione.

Ora è solo dubbio, assenza

è povertà di linfa

avvizzita nell'inesistenza.

Io nel danno biologico nel danno esistenziale

mescolata d'ossa, di muscoli,

di bile e cartilagini,

di tendini tagliati

io senza più corsa,

caduta dalla tasca del tempo

che è di natura diversa da noi.

Da me disincarnata

come qualcosa di ammutolito

che non torna a farsi suono, parola

ma annega e si rinnega

tradito da se stesso.

Io fatta paura e di nulla più misura

che in me tutto inciampa

tutto ciò che è misero

e tutto ciò che è nobile.

Le mani sono campi incolti

cancellate le linee e i solchi

anche il raro sorridere è stato come il vento

quando increspa l'acqua immobile di un lago.

Ormai la falla s'era aperta

e a poco a poco m'è scivolata via

tutta la vita.

Io mai guarita,

senza più speranza, né bene,

io senza cura,

senza più radici

che ad una ad una le ho ritirate in me.

La nascita è distacco,

la vita un maldestro rammendo

ma questo nuovo strappo

con che lo posso ricucire?

Ora che è solo buio da buio

silenzio da silenzio

e non c'è materia più duratura

delle parole: rifarsi una vita

per rifarsi una vita

se senza progetto, senza strumenti

stanno le mie nude mani

di metacarpi e falangi

incapaci e inerti, della stessa sostanza

dell'acqua e del vento,

dei battiti del cuore in esaurimento.

Così non sono vile

se è da tanto che penso di restituirla

perché grazie non fa più per me (né io per lei)

è altro ciò di cui ho bisogno

e non è di qui e non ha preghiera.

E' altro e altrove:

paese ignoto, nostalgia di strade

da percorrere senza il corpo.

Cupio dissolvi

partenza irregolare

parvenza in dissolvenza

in restrizione di confine e di stupore,

in calo di spazio e di respiro.

A poco a poco ho scavato un varco

nelle mura di questa prigione

con un cucchiaio sottratto

alla mensa dei vivi,

palmo d'acciaio su cui ho navigato

lontano dal mio futuro.

Tutto, senza amore, si fa lontano

e invivibile, tutto è guerra

e odora di finitudine.

Non si cammina verticalmente

allora verticale voglio

almeno la mia morte.

Per questo ora stacco i piedi da terra e dondolo

motum

pensilem

amant

al ritmo spezzato del fiato:

altalena naviglio che conduce al cielo

rito propizio al rinnovarmi altrove a nuova infanzia.

Culla, dondolio e ninna nanna al mio sonno d'addio

ai lombi tesi al balzo, alla spinta.

Così chiedo perdono a questa fune

che per tenere insieme, per legare è stata fatta

e non per sciogliere, per separare

ne snaturo l'uso ne faccio scandalo

e inciampo nella mia fine

nel cambio della vocale dell'ignoto

e non c'è riparo a questo né riparazione.

Segni fragili siamo

vulnerabili e per questo belli

e nati a vivere la bellezza

ma troppa è la carne da attraversare tra noi e lei

troppo lo sforzo nel mistero da avverare

di Lucifero che torna angelo

così la mia morte sia un muricciolo

di pietre bianche nelle cui fessure

e piantine e lucertole trovino riparo

e le creature umane un poco d'ombra e di ristoro

e il vento ne faccia strumento

per un nuovo canto.

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