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Gennaio 20078 dicembre 2009, 10:30 | permalink
Gestazione delladdio
di Lucianna Argentino
Oggi pubblichiamo una poesia di Lucianna Argentino tratta dal Blog dell'Associazione L'Albero di Valentina per le vittime della violenza. L'associazione nasce con un duplice scopo: aiutare le donne vittime di violenza e promuovere programmi di sensibilizzazione e prevenzione sociale. Valentina C. è morta suicida dopo aver subito violenza per sei anni. L'Albero di Valentina lavora per un futuro in cui nessuna donna debba morire a causa della violenza maschile.
a Valentina C.
Trovarla nella caduta perpendicolare
della luce la parola giusta
che mi raschi dalla pelle tutto il male,
che mi scavi le ossa e mi faccia cava
per galleggiare almeno in quest'aria
che non riesco più a respirare.
Trovarla negli otto minuti di travaglio
dell'aurora ora che sto come il cielo
dismesso dalle rondini,
l'ombra dimenticata dalla luce,
le lenzuola sui davanzali, al mattino,
prostrate in un rigurgito di buio.
Trovarla la parola giusta e difficile
ora che il mondo è tutto e solo visibile,
la parola che è segreto e mistero di te ed io,
quella che dice l'amore
quella che m'è rimasta dentro muta
perché non ho più un te
e nemmeno un io e sono metallo gelido
campana che suona
tamburo che rimbomba.
Non sanno che non è solo il corpo
che m' hanno profanato
ma tutta tutta intera la vita
che il corpo
ricco di messi e bello lo sentivo
e ora non è più mio e mi sta addosso
come guerra
come piazza di mercato dopo un attentato.
Corpo estirpato
corpo incolto,
concesso alla mancanza
e se Dio esiste
in me non sento più il suo alito
e sono polvere
alla polvere già ritornata.
Orrore e scempio di me
in quell'ora che eccedeva e
cadeva a capofitto nella colpa
di essere stata vittima per caso,
per nascita, per genere
che io o un'altra era lo stesso.
Che forse quel giorno un segno c'era stato
ma non l'ho saputo interpretare
né serbo nulla come se mai l'avessi vissuto
né fosse stata mai la vita, prima.
C’è quella notte che era bella
sì le stelle quelle le ricordo
anche se poi ho chiuso gli occhi
li ho chiusi forte troppo forte forse
perché è sceso fitto il nero
e m'è rimasto dentro, non è più andato via
e la terra s'è aperta e sono sprofondata.
Proserpina rapita e risputata
in un tempo tumefatto
fatta arco di vertebre
inarcata tra la tenebra e la luce
sopra un vuoto sotto cui scorre
il nostro stare separati e contigui.
Mi hanno negata al senso e alla pietà
disprezzo e disgusto
di non sapermi altro che questo io slegato
questo volto che non riesco quasi più a guardare.
Non mi sono mai saputa immaginare
diversa o altra da ciò che ero e ora non mi riconosco,
non l'ho saputo per questo non mi perdono
né perdono loro che perdono non me l'hanno chiesto.
Un velo s'è alzato, un velo s'è steso
su tutte le cose
le guardo mi guardano
senza riconoscerci
lontane in una distanza di deserti
lungo cui la mia pelle si stende come zolla arida
spaccata dall'arsura
dal sole a picco che non smette non smette
mai la sua luce insostenibile, immobile
mai ha pietà dei miei occhi, mai la depone
e mi ci seppellisce.
Sei anni a fissare il silenzio
sei anni sepolta viva
a tessere l'unica veste possibile
quando nel cuore si hanno domande sbagliate.
Miei carcerieri l'assenza di passi
e il ritrarsi della voce dentro il vuoto
scavato vuoto in me:
albero che torna seme e macera
generazione di fughe e di tenebre
a insidia di polsi e di caviglie
a insidia di memoria.
Incredula è poco a dirsi
che il cuore s'era preso tutto lo spazio
e le ossa scricchiolavano
era Adamo che si riprendeva la sua costola
e mi schiantava il fiato e il pensiero.
Incredula sì, ma nelle narici mi saliva l'odore
del sudore e del fiato, l'odore acre
di sterpaglie bruciate sulle carni in fiamme
e mi intorpidiva, narcosi di vita
livida di sangue pesto nelle vene
e senza più metafore a farne bello e alto il senso.
Al mondo non c'è più un nome per me
un nome il cui peso di consonanti e vocali
sia remo e timone per me e-stremata
gettata lontano, spossata e senza più parole
attraverso cui essere raggiunta e raggiungere
da quando sull'asfalto tiepido
le mie grida e il pianto
hanno attraversato senza voce
quelli che mi violavano,
mi derubavano, si spartivano le vesti
della mia anima…
Lì ho cominciato a morire
lì è la mia vita
ad essersi incagliata
estraneo scorrere senza durata
un fiume fermo s'è fatta
e fermo è il sangue nelle vene.
Al mondo non c'è più un luogo per me
spodestata, giorno dopo giorno
spinta un poco più in là
dove non c'è gesto, né parola
che possa ridarmi il viaggio
l'andata e il ritorno, il passaggio
da me al mondo muto ormai
di disabitata lingua.
Sguarniti ho i fianchi
e senza cura e discinta è la veste
ora che nulla posso più indossare
ora che m'hanno disfatto il nome
fatto un nome sbagliato
che non so pronunciare né mi pronuncia.
Opaca di tristezza
scollata dalla vita
non riconosco più la bellezza
né voce alcuna che non sia
questa che dentro mi bastona.
Avevo un orizzonte prima
avevo una lingua
ora mi possiede il gergo amaro del dolore
impuro di disperazione
e condanna a un nuovo idioma
che non m' accoglie
al pieno senso delle cose
e della vita sono persa ai sensi e alla ragione.
Ora è solo dubbio, assenza
è povertà di linfa
avvizzita nell'inesistenza.
Io nel danno biologico nel danno esistenziale
mescolata d'ossa, di muscoli,
di bile e cartilagini,
di tendini tagliati
io senza più corsa,
caduta dalla tasca del tempo
che è di natura diversa da noi.
Da me disincarnata
come qualcosa di ammutolito
che non torna a farsi suono, parola
ma annega e si rinnega
tradito da se stesso.
Io fatta paura e di nulla più misura
che in me tutto inciampa
tutto ciò che è misero
e tutto ciò che è nobile.
Le mani sono campi incolti
cancellate le linee e i solchi
anche il raro sorridere è stato come il vento
quando increspa l'acqua immobile di un lago.
Ormai la falla s'era aperta
e a poco a poco m'è scivolata via
tutta la vita.
Io mai guarita,
senza più speranza, né bene,
io senza cura,
senza più radici
che ad una ad una le ho ritirate in me.
La nascita è distacco,
la vita un maldestro rammendo
ma questo nuovo strappo
con che lo posso ricucire?
Ora che è solo buio da buio
silenzio da silenzio
e non c'è materia più duratura
delle parole: rifarsi una vita
per rifarsi una vita
se senza progetto, senza strumenti
stanno le mie nude mani
di metacarpi e falangi
incapaci e inerti, della stessa sostanza
dell'acqua e del vento,
dei battiti del cuore in esaurimento.
Così non sono vile
se è da tanto che penso di restituirla
perché grazie non fa più per me (né io per lei)
è altro ciò di cui ho bisogno
e non è di qui e non ha preghiera.
E' altro e altrove:
paese ignoto, nostalgia di strade
da percorrere senza il corpo.
Cupio dissolvi
partenza irregolare
parvenza in dissolvenza
in restrizione di confine e di stupore,
in calo di spazio e di respiro.
A poco a poco ho scavato un varco
nelle mura di questa prigione
con un cucchiaio sottratto
alla mensa dei vivi,
palmo d'acciaio su cui ho navigato
lontano dal mio futuro.
Tutto, senza amore, si fa lontano
e invivibile, tutto è guerra
e odora di finitudine.
Non si cammina verticalmente
allora verticale voglio
almeno la mia morte.
Per questo ora stacco i piedi da terra e dondolo
motum
pensilem
amant
al ritmo spezzato del fiato:
altalena naviglio che conduce al cielo
rito propizio al rinnovarmi altrove a nuova infanzia.
Culla, dondolio e ninna nanna al mio sonno d'addio
ai lombi tesi al balzo, alla spinta.
Così chiedo perdono a questa fune
che per tenere insieme, per legare è stata fatta
e non per sciogliere, per separare
ne snaturo l'uso ne faccio scandalo
e inciampo nella mia fine
nel cambio della vocale dell'ignoto
e non c'è riparo a questo né riparazione.
Segni fragili siamo
vulnerabili e per questo belli
e nati a vivere la bellezza
ma troppa è la carne da attraversare tra noi e lei
troppo lo sforzo nel mistero da avverare
di Lucifero che torna angelo
così la mia morte sia un muricciolo
di pietre bianche nelle cui fessure
e piantine e lucertole trovino riparo
e le creature umane un poco d'ombra e di ristoro
e il vento ne faccia strumento
per un nuovo canto.